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Startup italiane e modello americano: perché l’Italia deve smettere di inseguire e iniziare a costruire il proprio metodo

Startup italiane e modello americano: perché l’Italia deve smettere di inseguire e iniziare a costruire il proprio metodo, nel post a cura di StartUp Mag

L’ecosistema delle startup italiane vive una fase di fermento costante: le idee non mancano, i founder aumentano, i progetti crescono. Eppure, il salto di livello resta un miraggio per gran parte delle imprese innovative del Paese. Il confronto con gli Stati Uniti – e più in generale con gli ecosistemi più maturi – continua a evidenziare un divario significativo, prima ancora che finanziario, culturale e operativo.

Secondo i dati LSEG Lipper 2025, il Regno Unito gestisce 474 miliardi di dollari in capitali dedicati alle imprese, la Svizzera 244, la Germania 84. L’Italia si ferma a poco più di 12 miliardi. Una fotografia che spiega, da sola, la difficoltà del nostro sistema nel sostenere startup con ambizioni globali.

Eppure, i numeri non raccontano solo limiti: nel primo trimestre 2025 si contano in Italia oltre 12.000 startup innovative, il 3,1% delle società di capitali (fonte: MIMIT–Unioncamere). La vera criticità non è l’offerta di innovazione, ma la capacità di accompagnarla nella crescita.

È questa la riflessione al centro dell’esperienza di Nicolas Verderosa, CEO di Ruralis, selezionato per il Global Startup Program dell’Italian Trade Agency (ITA) negli Stati Uniti.

Un mese a New York, a contatto con mentor, investitori e startup americane, che ha fatto emergere un nodo ormai evidente: l’Italia non manca di talento, ma di metodo.

Il problema non sono i capitali: è il modello

Molte startup italiane ricevono investimenti da fondi legati a CDP, con ticket compresi tra 100 e 200 mila euro. Un supporto prezioso ma accompagnato – secondo Verderosa – da un paradosso: troppi vincoli e troppa burocrazia per cifre troppo piccole.

“Ho parlato con imprenditori che devono chiedere l’approvazione del fondo per un rimborso spese irrisorio” racconta il founder. “C’è una startup romana che deve ottenere un’autorizzazione per andare a Milano a un meeting di lavoro. È un meccanismo che blocca la crescita invece di liberarla.”

La radice del problema è culturale: l’Italia prova a replicare il venture capital americano, ma lo fa con capitali molto inferiori e una mentalità del controllo che non esiste negli USA. Il risultato è un sistema che applica protocolli da multi-million round a investimenti da poche centinaia di migliaia di euro, soffocando le startup nella fase in cui servirebbe maggiore autonomia.

Serve un metodo italiano

L’esperienza americana ha mostrato a Verderosa una verità semplice: ogni Paese deve costruire il proprio modello. Non esiste un playbook universale.

In Italia, questo significa:

  • ridurre la burocrazia che appesantisce founder e team;
  • rendere gli investimenti early stage più flessibili;
  • formare i fondi a un approccio realmente “pro-startup”;
  • allargare gli strumenti a disposizione dei founder, oltre il VC tradizionale.

È ciò che Ruralis ha dimostrato: l’azienda ha raccolto oltre 4 milioni di euro attraverso bandi pubblici, 180 angel investor e debito bancario. Una strategia ibrida che ha garantito indipendenza strategica e crescita organica.

“Non è ideologia” spiega Verderosa. “È pragmatismo. Se i fondi non si adattano, tocca agli imprenditori trovare strade alternative: crowdfunding, angel, bandi europei, debito. L’importante è non restare fermi ad aspettare un VC che forse non arriverà.”

Il valore del programma ITA-Gener8tor

Il percorso ITA–Gener8tor di New York si inserisce in un’iniziativa che nel 2025 ha coinvolto oltre 60 startup italiane in sei acceleratori internazionali. Un mese di formazione intensiva e networking, utile non solo per confrontarsi con investitori americani, ma soprattutto per osservare come funziona un ecosistema realmente orientato alla crescita.

Il programma ha offerto strumenti concreti, mindset e contatti, ma anche una consapevolezza: non basta esportare startup, bisogna importare competenze e adattarle al contesto italiano.

Il ruolo dei founder: smettere di inseguire i VC e costruire valore

Per Verderosa, la responsabilità non è solo di fondi e istituzioni: le startup italiane devono evitare l’errore di costruire l’azienda in funzione del venture capital. La priorità deve tornare al prodotto, al mercato, al valore generato. Chi lavora con visione, costanza e disciplina può crescere anche senza passare per il VC. E se il venture capital entra, deve essere un acceleratore – non un ostacolo.

Un modello di crescita italiano: la vera sfida dei prossimi anni

L’Italia non può continuare a inseguire modelli esteri che non tengono conto della nostra cultura economica. Serve un modello identitario, basato su:

  • fiducia tra investitori e founder,
  • autonomia operativa,
  • strumenti finanziari diversificati,
  • un ecosistema che premia chi crea valore, non chi segue il manuale del VC americano.

La vera sfida, in fondo, è questa: costruire un sistema che faccia crescere le startup italiane secondo logiche italiane, adattando le migliori pratiche globali al contesto locale invece di copiarle.

Solo così l’Italia potrà colmare il divario, attrarre capitali e far crescere un ecosistema startup che abbia una voce chiara e riconoscibile nel panorama internazionale.