ICT e AI

Quante startup falliscono ogni anno (e perché)?

Con l’avvento della tecnologia, il mondo è cambiato molto profondamente. Ogni branca della società in cui siamo immersi risulta notevolmente stravolta rispetto al passato, dietro la spinta del processo di digitalizzazione. I fenomeni ad esso concernenti rappresentano la forza motrice del lavoro contemporaneo. A prescindere dal settore che si prende in esame, infatti, l’online e, in generale, le potenzialità offerte dall’innovazione, rappresentano un carattere prioritario per le imprese che intendono distinguersi nella pletora di competitor.

In questo peculiare frangente, aziende e professionisti si lanciano alla ricerca delle migliori opportunità che il digitale ha da offrire, sottovalutando erroneamente, in molti casi, le innumerevoli sfide che mercati tanto dinamici e mutevoli possono riservare. La nascita delle startup rappresenta uno degli esempi più lampanti di innovazione di impresa. Nonostante la brillantezza dei progetti iniziali, però, alcune aziende giovani non riescono a sopravvivere e ad affermarsi con successo nel loro mercato di riferimento.

Tra le varie ragioni per cui le startup falliscono c’è anche il fatto che spesso chi le crea non sfrutta appieno gli strumenti online, in particolare quelli analitici – vedi la UX analysis (sul sito Lorenzopinna.it ci sono svariati approfondimenti al riguardo) – che consentono di cogliere i segnali degli utenti target nei loro spazi online (sito web, landing page, social media, ecc.) e mettere a punto le giuste strategie di marketing e promozione.

Sono, ovviamente, diversi i fattori da prendere in considerazione quando si intende aprire una startup. Nonostante le premesse, è bene tener presente che non può esserci innovazione senza tentare e che, compiendo scelte oculate dal principio e calcolando i rischi, quello delle startup continui a rappresentare un paradigma ricco di opportunità. Una lettura empirica del settore aziendale, infatti, permetterebbe di comprendere i vari caratteri di innovazione e fallimento, acquisendoli ed utilizzandoli per poter spingere la propria impresa verso nuove vette. Nelle prossime righe, scopriremo alcuni dati sul fallimento delle aziende e sull’innovazione delle startup.

Innovazione e fallimento: la filosofia da startup sotto il microscopio

A fornire alcune nozioni in merito alla questione, ci hanno pensato il Washington Post e il Professor Clayton Christensen, spesso menzionato come fonte del famoso tasso di fallimento del 95% per i nuovi prodotti lanciati sul mercato. Ebbene, il docente non avrebbe mai pubblicato quel dato, aggiungendo che una comprensione veritiera dei tassi di fallimento reali di startup e di nuovi prodotti e servizi richiederebbe ulteriori ricerche.

Alcune statistiche fornite da Eurostat indicherebbero che la percentuale media di imprese all’interno del territorio dell’Unione Europea nate nel 2012 e sopravvissute dopo 3 anni sarebbe del 56.2% e, dopo 5 anni, del 43.9%. Una ulteriore ricerca effettuata da Assolombarda e dal Politecnico di Milano su alcuni cluster regionali mostrerebbe, invece, la situazione in Lombardia. A fine 2017, l’83.5% di startup nate dal 2009 in poi era ancora operativo. Si tratta di un dato piuttosto positivo, sebbene ancora inferiore rispetto, per esempio, alla Baviera.

Inoltre, le statistiche fornite dal Bureau of Labor Statistics indicherebbero che negli Stati Uniti, tra tutte le aziende nate nel 2015, il 79.6% era attivo un anno dopo, il 69% due anni dopo e dopo 4 anni solo il 55.5%. Questi dati non differiscono molto rispetto ai primi anni del Terzo Millennio, evidenziando una tendenza che continua a mantenersi, più o meno, simile nel corso del tempo.

In ogni caso, questi dati sono estremamente positivi ad un occhio attento, nonostante il rischio di fallimento per le imprese rappresenti il primo scoglio da superare per la loro fondazione. Tra aumenti del budget e ideazione di nuovi prodotti, fondare una startup presenta diversi rischi, ma non per questo non può essere una preziosa opportunità da cogliere.