La storia incontra il digitale: Open GeoData fra ricerca e riusi futuri

L’importanza dell’Open GeoData in campo scientifico e turistico

Per un ricercatore in una disciplina storica, la costruzione di un database è stata a lungo una parte fondamentale, ma spesso privata, del lavoro preparatorio per una pubblicazione scientifica. Recentemente, tuttavia, rendere pubblici i dati su cui si fonda una ricerca è diventata un’azione non solo consigliata, ma ufficialmente richiesta da molti enti finanziatori, a cominciare dalla Commissione Europea, che con una borsa Marie Curie ha finanziato la prima parte del progetto in Storia Greca del ricercatore Stefano Caneva, intitolato Practicalities of Hellenistic Ruler Cults (PHRC – Padova-Liège, 2015-2020). Lo scopo è non solo garantire la verifica dei risultati, ma anche facilitare il riuso dei dati stessi e quindi promuovere ricerche ulteriori, riducendo sprechi e ripetizioni.

L’economia dei dati e il principio dell’accesso libero alla ricerca stanno moltiplicando il numero di databases rilasciati da ricercatori in area umanistica, il che fa ovviamente dell’interoperabilità una priorità, consentendo di assicurare la sostenibilità della ricerca nel tempo. È così che sempre più storici, che lavorano sui testi antichi, stanno imparando a preparare edizioni xml e ad annotare semanticamente i loro testi in vista di un uso nel Semantic Web. Allo stesso tempo, è difficile chiedere a un umanista di diventare di colpo un esperto di informatica. Per questo, piattaforme come #Mappiamo, scelta da Stefano Caneva per il suo PHRC, sono fondamentali per permettere ad un ricercatore di sviluppare un progetto web 3.0 con un’interfaccia semplice come WordPress.

Alcuni databases, in particolare quelli concernenti documenti seriali come le monete, sono di grandi dimensioni e nulla hanno da invidiare ai loro colleghi di altre discipline ispirate dalla logica dei big data. Altri, come PHRC, hanno un obiettivo immediato numericamente limitato: la gran parte della ricerca è incentrata sull’interpretazione dei documenti da parte del ricercatore, mentre la parte machine readable è principalmente legata alla ricerca di informazioni specifiche da parte dell’utente. Anche in questo caso, tuttavia, esiste un importante fine di lungo termine: porre le basi di interoperabilità e di cercabilità necessarie per aggregare nel tempo un numero crescente di dati e per rendere la visualizzazione e la ricerca di informazioni specifiche, semplice ed efficace.

L’open geodata costituisce una risorsa fondamentale in questa prospettiva, non solo per mettere ordine in una massa crescente di dati, rilasciati da ricercatori con metodi di codifica diversi, ma anche per aprire questi dati a un riuso che non sia solo scientifico. Per quanto tecnici siano, i risultati di una ricerca storica concernente siti archeologici e documenti che si trovano nei musei, possono infatti, se dovutamente ripuliti e geolocalizzati, costituire il cuore di conoscenza per progetti di divulgazione e valorizzazione del patrimonio culturale. Dal lavoro scientifico sul campo (o in biblioteca), si passa così all’Open Geo-Data scientifico e da questi, grazie a licenze Creative Commons coerenti con il riuso anche commerciale (il progetto di Stefano Caneva sarà rilasciato in CC-BY-SA 4.0 International), si potrà in un prossimo futuro passare ad app che permettano all’appassionato di turismo culturale, di accedere a una guida digitale non solo integrata con tutte le informazioni necessarie, ma anche fondata su un informazione storica aggiornata e di prima scelta.

Per maggiori info su Stefano Caneva: http://web.philo.ulg.ac.be/thiasos/stefano-caneva-en

Di seguito una sua breve biografia:

Stefano Caneva è ricercatore in Storia Antica e Storia delle Religioni. Ha lavorato in varie università italiane ed europee ed è collaboratore di organizzazioni internazionali dedite alla valorizzazione digitale del patrimonio culturale, come Wikimedia ed Europeana. Attualmente lavora presso l’Università di Liegi con un progetto che unisce le tradizionali metodologie della storia e dell’epigrafia greca con i nuovi strumenti messi a disposizione dalle Digital Humanities.

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