Dalla torre d’avorio al feed: come è cambiato il volto dell’imprenditore
Dalla torre d’avorio al feed: come è cambiato il volto dell’imprenditore dagli anni ’60 ad oggi, nel post a cura di StartUp Mag
Negli anni ’60, l’imprenditore era una figura distante, quasi mitologica. Chiuso in un ufficio all’ultimo piano, si faceva sentire più che vedere, attraverso ordini e circolari firmate a macchina. Una figura ieratica, evocata nei film di Fantozzi come il “mega-direttore galattico”: inavvicinabile, autoritaria, intangibile.
Oggi, il paradigma si è completamente ribaltato. I founder parlano ogni giorno a centinaia di migliaia di persone, spesso senza mai passare dalla televisione. Raccontano idee, fallimenti, routine e intuizioni attraverso reel, podcast, LinkedIn post.
La comunicazione non è più un optional, ma una leva strategica. Una verità che realtà come Chapeau Media, la media company che ogni settimana documenta le storie imprenditoriali più emblematiche d’Italia, hanno compreso da tempo.
Da invisibili a riconoscibili: l’evoluzione del leader d’impresa
Per decenni, l’immaginario del capo d’azienda è stato legato al silenzio degli uffici, a faldoni impolverati, segretarie filtranti e citofoni a circuito chiuso. Il carisma era visto con sospetto, la riservatezza considerata virtù. Parlare in pubblico? Rischioso. Esporsi? Superfluo.
Negli anni ’80, qualcosa inizia a cambiare. Con l’avvento della TV commerciale, prende forma un nuovo modello: l’imprenditore mediatico.
Silvio Berlusconi, con la sua impronta carismatica e le reti private appena nate, trasforma la figura del fondatore in un volto riconoscibile, in grado di entrare nelle case degli italiani in prima serata.
Il carisma diventa asset. Il fondatore non è più solo un nome in calce al bilancio, ma un personaggio con un’immagine da costruire e proteggere.
Social, podcast, video: nasce il founder storyteller
Il vero punto di svolta arriva con i social e i contenuti on demand. La narrazione imprenditoriale si fa intima, accessibile, quotidiana. Un reel girato in ufficio. Una storia IG al termine di una call. Un post su LinkedIn in cui si racconta il fallimento di un’idea. Non si vende, si condivide. Non si promuove, si ispira.
E non è una moda. È ciò che il pubblico si aspetta. Secondo una ricerca McKinsey, l’81% dei consumatori under 35 si sente più legato a un brand se conosce la storia del suo founder. Comunicare è diventato parte integrante del costruire un’impresa. È cultura.
“Oggi non basta costruire un’azienda, bisogna anche saperla raccontare. Comunicare non significa vendersi, ma prendersi la responsabilità di ispirare chi viene dopo di noi.”
– dichiara Filippo Carabelli, co-fondatore di Chapeau Media.
Podcast e video long-form: i canali che funzionano davvero
Oggi i contenuti che funzionano sono quelli che mostrano il dietro le quinte, senza l’imballaggio della comunicazione corporate. Lo dimostrano i dati: secondo NielsenIQ per Audible, nel 2023 in Italia gli ascoltatori di podcast hanno superato i 17 milioni, e continuano a crescere.
Anche su YouTube, i video long-form che raccontano il percorso reale di un founder – con imprevisti, difficoltà, dilemmi e decisioni – generano il doppio del tempo medio di visualizzazione rispetto ai contenuti formativi o promozionali (fonte: Digital News Report 2024).
Chapeau Media: documentare, non mitizzare
È in questo contesto che si inserisce Chapeau Media, realtà editoriale che ogni settimana raccoglie e racconta storie imprenditoriali italiane in formato documentario. Nessuna idealizzazione, nessun effetto speciale. Solo esperienze autentiche: errori, ossessioni, visioni. Episodi pensati per ispirare chi vuole fare impresa, con uno sguardo lucido e umano sulla leadership del presente.
Il loro approccio è chiaro: mettere in luce il percorso, non solo il successo. Perché oggi il leader efficace non è quello che parla per slogan, ma quello che mostra il coraggio di essere vulnerabile.
Tre consigli per gli imprenditori che vogliono comunicare nel 2025
1. Metterci la faccia.
La distanza non funziona più. Le persone vogliono vedere chi c’è dietro il brand. Raccontarsi non è vanità, ma responsabilità.
2. Usare il tono giusto.
Niente retorica, niente perfezione. Le storie vere, quelle fatte anche di inciampi, sono le più memorabili.
3. Pensare alla comunicazione come a un asset.
Un buon racconto richiede tempo, costanza, strategia. Scegli i canali giusti, coltiva la narrazione nel lungo periodo. Non è un post, è un posizionamento.
Conclusioni
L’imprenditore del 2025 non si nasconde dietro un logo. Parla, si espone, si racconta. Perché ha capito che le aziende crescono con le idee, ma ispirano con le persone.
E il primo passo per ispirare… è iniziare a raccontarsi.

